Mi chiamo Jonathan, 

vivo in Sardegna da quando sono nato.

La Sardegna, terra selvaggia, ricca di storia, di tradizioni, di insegnamenti, del buon cibo e del buon vino.

Terra anche di conquista, di sfruttamenti, di disoccupazione, di dispersione, di malcontento. 

Ho lavorato per oltre dieci anni come dipendente Eni, un lungo periodo in cui l’azienda mi ha insegnato tanto.

Inoltre ho avuto tanti colleghi con cui nel corso degli anni ho condiviso moltissime esperienze.

Tutto questo per me è stato molto importante. 

Ho sempre pensato che prima o poi, però, avrei dovuto lasciare il mio percorso, qualunque esso fosse, per prendere in mano la tradizione familiare, e darle un seguito, e far sì, quindi, che non si spezzasse quel filo sottile che collega il nostro lontano passato col presente e, in seguito, col futuro che ci aspetta. 

Questo pensiero, in cuor mio, ha sempre pulsato nel corso degli anni; fin quando è arrivato il momento di prendere decisioni importanti.

E così è stato.

Sono una persona fortunata.

Ho avuto la gioia di crescere accanto ai miei nonni, persone umili, contadini, ma di una grande saggezza.

I loro interminabili silenzi, mi hanno insegnato più di qualsiasi libro abbia mai letto.

Ho fatto tesoro dei loro insegnamenti e li ho voluti tradurre in alcuni principi.

La Famiglia.


La famiglia prima di tutto. 

Ogni alba, ogni tramonto, ogni giornata sotto il sole cocente, era dedita al bene della famiglia.  

A cos’altro sennò? La famiglia era il fulcro della società stessa.


La passione.


Perché si era sereni una vita intera, lunga anche cent’anni? Perché gli impegni, i sacrifici, le rinunce talvolta, non erano un obbligo.

Era la passione a rendere armoniose le giornate.

La passione faceva da collante tra la famiglia e il lavoro. C’era una morale insita nell’inconscio.

Quella della dedizione, volta al preservamento della specie.


Il lavoro.


I miei nonni non si sedevano sul divano; non ne hanno mai avuto uno in vita loro.

Il lavoro inteso non come unico mezzo per portare a casa i soldi, ma anche come luogo d’incontro, di compagnia, di fratellanza, di comunità. 

Soprattutto in certe occasioni, quali vendemmia, raccolte.

Il lavoro al centro dei discorsi, delle feste, dei dibattiti. Il lavoro che accompagnava la vita di ogni famiglia, coinvolgendo tutti.

Sempre.


Questi tre principi, non venivano seguiti solo quando c’era occasione, quando c’era voglia, quando conveniva farlo.

Quella era la vita, e si credeva in tutto ciò. 

Si era sereni, non c’era una scadenza.

C’era felicità, c’era quindi eternità.


Questo facevano i centenari.

Questo è il mio pensiero. 

Questi sono i campi di Elisabetta. 



II fondatore

Jonathan Mannias